In questa storia uno dei temi centrali è il rapporto tra padre e figlio. In particolare, vorrei soffermarmi sull’iperprotettività del padre Marlin nei confronti del piccolo Nemo che risulta, nel corso della storia, essere la causa del litigio tra i due che porterà il piccolo a sfidare il padre e venire poi catturato.
Ma andiamo per ordine…
Marlin è un padre presente e vuole molto bene a suo figlio ma ha molta paura che possa succedergli qualcosa e cerca in tutti i modi di proteggerlo, impedendogli però di sperimentarsi e sentirsi capace.
La preoccupazione del genitore, in questo caso, pervade la relazione ed impedisce di riconoscere i reali bisogni del figlio.
Può capitare, infatti, di trovare un papà, una mamma od entrambe i genitori che, mossi dalla volontà di proteggere il proprio figlio, lo limitano eccessivamente nell’esplorazione, non gli permettono di fare le sue esperienze, di sperimentarsi capace e perché no, di sbagliare. Questo atteggiamento, come nella storia di Nemo, può essere maggiormente presente laddove il genitore ha avuto realmente paura di perdere il proprio bambino, ha vissuto delle perdite importanti o percepisce una certa fragilità nel proprio figlio.
Non è facile “lasciar andare” i propri figli, soprattutto se il genitore porta con sé una ferita, non ancora elaborata, che riguarda la paura della perdita. I bambini e i ragazzi hanno bisogno di fare esperienze adeguate alla loro età ma un genitore “spaventato” difficilmente trasmetterà al proprio figlio sicurezza e competenza. I bambini ed i ragazzi, infatti, basano gran parte della loro autostima e costruiscono la propria idea di sé attraverso lo sperimentarsi competenti o la soddisfazione di essere riusciti a fare una cosa “da soli”. Un genitore che iper protegge il proprio figlio per paura che possa farsi male, vivere delle frustrazioni, non essere adeguato in un’attività ecc. non lo aiuta a costruire un senso di efficacia e valore personale.
Cosa può fare un genitore che si riconosce in alcune di queste caratteristiche:
Cercare di connettersi con il bisogno di autonomia del proprio figlio ed affiancarlo e sostenerlo senza sostituirsi a lui.
Come:
Per fare questo è utile prendere contatto con le proprie emozioni e cercare di comprendere quali parti di sé influenzano la relazione con il proprio figlio.
Iniziare ad “allenarsi” a questa nuova modalità partendo da attività su cui il genitore ritiene di poter lasciare più facilmente fare al proprio figlio, rimanendo però base sicura nel caso avesse bisogno.
Ricorda:
Escludendo, ovviamente, le situazioni di reale pericolo, è bene tenere a mente che per un figlio è molto più importante poter avere qualcuno accanto nel momento in cui sbaglia, vive una frustrazione o un’emozione intensa piuttosto che evitargli che questo accada.
Dott.ssa Fumi Karini
Psicologa Psicoterapeuta
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Iscritta all’ Ordine degli Psicologi della Lombardia con n° 03/14939